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31 MARZO 2020: FRANCESCO MARCONE E LA SPERANZA DAI CALZINI BIANCHI

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di Pietro Fragasso

Oggi, 25 anni fa, tra qualche ora, veniva assassinato Francesco Marcone, Franco per gli amici.

Veniva assassinato dalla Società foggiana all’interno dell’androne del suo condominio, alle sette di sera, in pieno centro cittadino.

In questi anni in cui abbiamo deciso come organizzazione di impastare la nostra storia alla sua, una cosa resta a fondamento di questa relazione oserei dire “intima” con questo uomo dello Stato.

Era il 2010 e io sentivo, insieme ad altri, raccontare per la prima volta da sua figlia Daniela, che conoscevo già da qualche anno, ma che mai avevo veramente visto come la figlia di Marcone, i suoi ricordi più privati di quel 31 Marzo.

In particolare mi colpirono le parole che Daniela usò per narrare il momento in cui scoprì il corpo di suo padre senza vita.

Era riverso a terra, e lei, sfuggita a chi tentava di bloccarla, lo riconobbe per un dettaglio; un dettaglio che nessuno poteva cogliere: i calzini bianchi.

Quei calzini bianchi che Daniela proprio non sopportava e che pregava suo padre di non indossare.

Ricordo che più di ogni altra cosa, quel dettaglio disintegrò in un attimo lo stereotipo di “memoria” applicato alle vittime innocenti di mafia, a quella di Franco in particolare: all’eroe borghese, al servitore integerrimo dello Stato, alla vittima del dovere.

In quelle parole si leggeva, in un modo quasi feroce nella sua delicatezza, un elemento decisivo della questione: una figlia che perdeva, per sempre, suo padre. 

A quella deroga che Daniela fece alla sua personale sofferenza devo molto. Da allora la porto sempre con me, come un dono prezioso da condividere ogni volta con chi mi chiede di raccontare la nostra esperienza.

Ecco, se potessi esprimere in una sola immagine, il senso più profondo della nostra azione quotidiana, partirei da lì: da quegli “orribili calzini bianchi”.

La memoria è un elemento radicale, che deve scuoterci nel profondo, divenendo eredità collettiva, preziosa, da non dilapidare.

Oggi, in questo strano compleanno di dolore e speranza, insieme ai miei compagni della Cooperativa, ai tuoi figli, Paolo e Daniela, e a tanti altri amici avremmo voluto ricordarti, caro Franco, nelle parole di chi ti ha voluto bene e che sul tuo esempio ha costruito anche la propria esistenza.

Viviamo tuttavia tempi strani, complessi e toccherà aspettare per parlarci guardandoci negli occhi, abbracciarci.

Ci ritroveremo sui social, ci telefoneremo, ci contatteremo per chat condividendo foto, video e utilizzando hastag che riportano il tuo nome o quella frase di Piero Calamandrei che tanto ti stava a cuore e che abbiamo riportato su quel murales che ci ha raccontato ad una nazione intera.

“Lo Stato siamo noi” resta quindi l’augurio più bello da farci l’un l’altro, a sostenerci in questa strana giornata di Marzo, dove anche il sole pare essersi messo in quarantena.

Quando tutto questo sarà finito, indosseremo anche noi un paio di “orribili calzini bianchi”, magari ritrovandoci, scalzi nei prati. Con i calzini ben in vista ovviamente. 

Li indosseremo per te, Franco, per Daniela, per Paolo, per il piccolo Francesco, per Foggia, per Cerignola, la nostra città, per i nostri figli, per la giustizia, per la verità che cammina ancora muta per le strade dei luoghi che abitiamo.

E per la Primavera che verrà. E per tutte le altre che verranno.

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